segunda-feira, 19 de novembro de 2012

L´IMMAGINE DEL 20o SECOLO


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Ricardo Kelmer 2000
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Terra-01a
 
Qual è l’immagine del 20° secolo secondo te? Fra tutte le immagini del secolo, e ce ne sono state tante perché la tecnologia ha facilitato la loro divulgazione istantanea al mondo, quale sceglieresti per rappresentare questa fase della storia della nostra specie e del nostro pianeta?
Questa domanda mi è stata fatta qualche giorno fa. Sono rimasto a pensare per giorni. Il 20° secolo è pieno di immagini significanti: cinema, scoperte scientifiche, guerre, competizioni sportive, meraviglie tecnologiche, il 14 Bis di Santos Dumont, Gandhi che gira il “charkha”, la bambina vietnamita che corre nuda lungo la strada bombardata, lo studente cinese che sfida la fila di carri armati nella Piazza della Pace Celestiale (il nome della piazza, che ironia…), la pecora Dolly… Tante immagini, tanti avvenimenti indimenticabili. Finalmente ho scelto due immagini.
La prima è il fungo atomico, la bomba lanciata sulle città di Hiroshima e Nagasaki nel 1945. La bomba atomica, la rosa con cirrosi, senza colore, senza profumo, senza rosa, senza niente.* Dobbiamo tenere per sempre nel nostro album di ricordi l’immagine di questo maledetto fungo per non dimenticare che siamo arrivati molto prossimi al nostro sterminio. L’immagine ripugnante della distruzione di due città e dell’assassinio di migliaia di persone innocenti. L’immagine suprema della stupidità umana.
Il vergognoso fungo atomico simbolizza inoltre un morso in più al frutto proibito della conoscenza, il frutto che ci ha sempre acceso e accenderà la curiosità. Il problema non è con il frutto in sé perché la conoscenza esiste proprio per essere accessibile, il frutto ci aspetta sempre e l’evoluzione delle cose ci porterà sempre al livello successivo della conoscenza. Il problema è quello che facciamo con la conoscenza acquisita. Non esiste modo per fermare l’evoluzione del sapere; si tratta di una necessità della specie. Abbiamo scoperto il potere degli atomi e che loro possono esserci utili, ma abbiamo scoperto, inoltre, che servono per sterminare popolazioni intere, gente innocente, in un secondo soltanto. Un secondo che ha lasciato eternamente proiettata, come un’ombra sul muro della nostra storia, la stupidità e la vergogna di essere umani.
E la seconda immagine? Beh, lei non è vergognosa, al contrario. Mentre il fungo atomico ci rattrista, quest’altra ci riempie il cuore di speranza per un futuro migliore. È la foto della Terra vista dallo spazio. È la foto che gli astronauti hanno fatto nell’occasione dell’arrivo sulla Luna, nel 1969. In quel momento l’umanità, per la prima volta nella Storia, metteva i piedi in un posto fuori dal proprio pianeta, guardando indietro vedeva la Terra da un’altra angolazione. L’immagine è bella, bellissima, ma non è soltanto questo. Lì, in quel magico istante, raccolto eternamente in una fotografia, l’umanità ha messo la testa fuori del suo piccolo mondo di divisioni, superficialità e meschinerie e riuscì, per la prima volta…allontanarsi e guardare se stessa.
E che cosa abbiamo visto? Abbiamo visto la nostra casa che fluttua nello spazio. Abbiamo visto un pianeta intero, senza divisioni. Non abbiamo visto questo o quel paese: abbiamo visto un tutt’uno. Non abbiamo visto divisioni razziali, culturali, religiose o ideologiche. No. Quello che abbiamo visto è una cosa sola, fatta di cose diverse, sì, ma un’unica cosa. Abbiamo visto per la prima volta il nostro pianeta e scoperto che è azzurro e bellissimo, sospeso nello spazio che fluttua nell’immensità dell’Universo. Ah, che momento illuminato! Quante implicazioni filosofiche, metafisiche, sociologiche, economiche e tutto il resto quest’immagine ha fatto esplodere di botto!
Prima di questa foto molti intuivano già che sotto l’estrema diversità correva il fiume dell’unicità. Ma la fotografia della Terra improvvisamente mostrava questo sulla carta e condensava in un’immagine tutto ciò che dovevamo urgentemente mettere in pratica. In un attimo è stato chiaro che viviamo in un unico posto, tutti noi, occidentali ed orientali, neri, bianchi, indigeni, gialli, cristiani, ebrei, musulmani, induisti. Immediatamente è stato chiaro che non aveva più senso combattere fra noi e dividere il mondo in nazioni, e che dovevamo dare adesso la massima priorità a quella visione del tutto invece di privilegiare questo o quel paese, questa o quella cultura.
Dopo questa foto l’umanità iniziò a pensare diversamente riguardo se stessa e riguardo il luogo dove vive. C’è stato uno scatto nell’inconscio collettivo. Si è attivato definitivamente il mito dell’unicità. Improvvisamente ci siamo visti dall’alto ed abbiamo capito che, in un mondo sempre più collegato ed interconnesso, tutto ciò che faremo localmente porterà conseguenze globali, anche se non ce ne rendiamo conto nell’immediato. È diventato chiaro che quel pianetino azzurro è tutto ciò che possediamo e che se lui si ammala, anche noi, perché parte integrante, ci ammaliamo. È diventato molto chiaro che quello che facciamo a Gaia lo facciamo a noi stessi.
Le frontiere geopolitiche, queste linee artificiali che separano le persone in tutto il mondo, semplicemente non esistono in quella foto. Lì il mondo è libero da divisioni. Oggi, più di trent’anni dopo, i blocchi economici, la crescente industria del turismo, le comunicazioni di massa e l’internet sempre più accessibile allentano ancora di più queste frontiere, indebolendo la nozione di paese che tutti noi abbiamo. Questa debolezza provocò in molte persone, principalmente nei più grandi, un determinato disagio ed insicurezza certamente perché la nostra idea di nazione e di identità culturale è stata costruita a costo di molte guerre e di sanguinose conquiste e si trova definitivamente radicata nelle nostre menti. Fa male dover abbandonare questa nozione per una planetaria che non sappiamo ancora come funzionerà esattamente.
Fa male ma forse non esiste un’altra alternativa. Il corso naturale dell’evoluzione sembra che ci stia sollecitando una conoscenza più ampia su noi stessi e sul luogo dove tutti viviamo. So che il processo di globalizzazione è irreversibile e che, con lui, esiste il pericolo che intere culture siano divorate dagli interessi commerciali, arricchendo alcuni pochi ma depauperando la specie umana. Sarà una grande sfida che dovremo superare.
Per ora, rimango con la mia speranza in questo mondo senza frontiere rivelato da quella foto fatta dallo spazio . Un mondo più intero ed armonico, senza divisioni interne che lo indeboliscono. Ed è esattamente per questa speranza che non muore che, fra le due immagini, scelgo quella della Terra, la nostra casa vista dallo spazio, rotonda ed azzurra, come l’immagine del 20° secolo. E spero che, nel futuro, quest’immagine simbolizzi il magico momento in cui il mito dell’unicità è stato finalmente svegliato, come una rivoluzione in massa che è ancora all’inizio ma che non può più essere sconfitta.

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